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quello che fa male al cuore e ai vasi

Pubblicato il 2 Luglio 2016


Fattori di rischio del cuore

I fattori di rischio che possono condurre a malattie del cuore e dei vasi possono essere divisi in due gruppi: quelli su cui non è possibile intervenire (ereditari, legati al sesso, espressione dell'invecchiamento) e quelli sui quali si può agire limitandoli (fumo, sedentarietà, stress, ipertensione, ipercolesterolemia). I fattori di rischio primari per le malattie delle arterie coronarie sono: il fumo, la pressione del sangue elevata, l’obesità, il diabete, l’ipercolesterolemia. II legame esistente fra le malattie delle arterie del cuore (coronarie) e i fattori di rischio rappresentati dall’ipertensione, dal diabete tipo 2 e dall'obesità giustifica il termine di sindrome metabolica o anche sindrome della civiltà.

Il consenso non è unanime; tuttavia vi sono sufficienti evidenze per sostenere che un'esistenza stressante costituisce un importante fattore di rischio anche, e non solo, per le malattie cardiovascolari.

tabella 1 – fattori e livelli di rischio cardiovascolare
Fattori di rischioMolto bassoBassoModeratoAltoMolto alto
Pressione arteriosa <170/70 120/76 130-40/82-88 156-60/94-100 >170/106
Colesterolemia (mg/dl) <180 <200 220-240 260-280 >300
Sedentarietà
(attività fisica minuti/settimana)
120 90 30 0 0
Fumo
(sigarette al giorno)
nessuna 5 10-20 30-40 >50
Indice di massa corporea <25 25-30 30-40 40-50 >50
Glicemia (mg/dl) <80 90 100-110 120-130 >140

Nella tabella uno sono elencati i principali fattori di rischio biologici e comportamentali che possono determinare o concorrere a causare alcune delle più frequenti malattie cardiovascolari. Ma ve ne è uno, non riportato nella tabella perché di difficile quantificazione rispetto agli effetti reali, che tuttavia i cardiologi tengono molto in conto: un particolare tipo di personalità che sembra significativamente molto esposto a quelle malattie del cuore dovute a insufficiente ossigenazione del muscolo cardiaco.

Questa personalità, detta di tipo A, contrapposta a quella di tipo B che ne è in un certo senso la forma speculare contrapposta, ha caratteri che si possono riscontrare, più o meno accentuati, in molti soggetti che si incontrano normalmente nella vita di tutti i giorni. Per dirla un po’ schematicamente, si tratta di persone il cui comportamento li colloca nella categoria dei combattenti, desiderosi di dominare e costantemente impegnati verso il conseguimento del successo, sempre sotto pressione, tanto che ogni momento della giornata che passa senza fare qualche cosa di concreto sembra loro sprecato.

In generale, non si tratta di soggetti gratuitamente ostili verso il prossimo; anzi, possono apparire persone vivacemente cordiali, tuttavia pronti a reazioni anche le più dure se qualcuno si oppone ai loro piani e alle loro azioni. Non sono mai, o per lo meno non si dimostrano mai stanchi; quando il successo corona i loro sforzi, si convincono che nessun ostacolo sia per loro insuperabile e nessun obiettivo irraggiungibile per le proprie capacità; tuttavia, se interviene un insuccesso, allora il loro sconforto è ben maggiore di quello che sarebbe nelle persone con una personalità opposta alla loro.

L’ansia non è una nota rilevante della loro soggettività, ma sono sempre all’erta, pronti a parare ogni eventuale minaccia ovvero a cogliere ogni occasione favorevole. Queste caratteristiche non sembrano essere ereditarie, almeno in modo determinante; piuttosto appaiono acquisite, specialmente da parte di bambini vivaci e di pronta intelligenza, cresciuti da genitori ambiziosi in un’atmosfera familiare di competitività e di perseguimento del successo economico e sociale.

Naturalmente la famiglia non è l’unico fattore che plasma la personalità di un individuo: il contesto sociale ha pure un ruolo assai importante. Si parla di un “io rispecchiato” per mettere in evidenza che ciò in cui una persona consiste, è anche il risultato delle forze sociali e culturali nel cui ambito cresce, vive e opera. Antropologi che hanno segnato nel secolo scorso l’interpretazione che l’uomo dà di se stesso, come i famosi Margaret Mead e Claude Lévi-Strauss, hanno sostenuto e in gran parte dimostrato che la personalità di un individuo è semplicemente l’immagine riflessa della civiltà in cui scorre la sua esistenza.

La maggior frequenza con cui i soggetti che hanno questo tipo di personalità vengono colpiti da malattie cardiovascolari è probabilmente dovuta alle loro intense reazioni verso quelle circostanze che sfuggono al loro controllo psicoemozionale e che, alla fine, agiscono come destabilizzatori degli equilibri nervosi e soprattutto di quelli ormonali, alla fine corresponsabili dell’aumento della pressione arteriosa e della tendenza alla formazione di trombi.

Probabilmente, considerati uno per uno, nessuno degli elementi caratteriali e dei fattori sociali che concorrono a formare una personalità di tipo A è da considerare determinante, esclusivo o predominante, rispetto al verificarsi di una malattia cardiovascolare, specialmente di tipo ischemico, come l’angina pectoris e l’infarto del miocardio; tuttavia, l’effetto del loro insieme, quando è presente, è tale da giustificare l’inserimento di queste forme morbose fra le malattie definite, con termine forse non rigorosissimo, ma espressivo, psicosomatiche.

Questo relativamente lungo preambolo sui fattori di rischio verso le malattie cardiovascolari non è fine a se stesso, ma introduce in una certa misura a quelli saldamente dimostrati tali da migliaia di solide indagini scientifiche, in gran parte legati a erronei stili di vita, largamente indotti dalla società dei consumi, dalla meccanizzazione e dalla sedentarietà.

L’importanza dei fattori di rischio cardiovascolari va valutata anche per la loro distribuzione nella popolazione. In Italia, all’inizio degli anni 2000, i principali fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, secondo dati raccolti ed elaborati nell’ambito del “Progetto cuore” coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, erano distribuiti secondo quanto sintetizzato nella tabella due. Le informazioni, fornite in questa tabella, sono più che sufficienti per comprendere e mettere in atto le principali misure per tenere sotto controllo e diminuire gli effetti nocivi dei fattori di rischio più pericolosi.

tabella due - Distribuzione fattori di rischio cardiovascolare in Italia nel 2000
Pressione arteriosa
  • Il 33% degli uomini e il 31% delle donne erano ipertesi (pressione arteriosa uguale o superiore a 160/95 mmHg), oppure sotto regolare trattamento farmacologico specifico.
  • Il 19% degli uomini e il 14% delle donne erano in una condizione al limite, in cui il valore della pressione massima era compreso fra 140 e 159 mmHg e quello minimo compreso fra 90 e 95 mmHg.
  • Per quanto riguarda la percentuale di persone ipertese, il 50% degli uomini e il 34% delle donne risultavano trattati farmacologicamente per tenere sotto controllo la pressione arteriosa.
Colesterolemia e lipidi
  • Il 21% degli uomini e il 25% delle donne avevano colesterolemia totale uguale o superiore a 240 mg/dl oppure erano sotto trattamento farmacologico specifico.
  • Il 36% degli uomini e il 33% delle donne erano in una condizione al limite (colesterolemia compresa fra 200 e 239 mg/dl). Negli uomini il valore medio della HDL-colesterolemia (il colesterolo "buono") era di 49 mg/dl, nelle donne di 58 mg/dl.
  • Il 62% degli uomini e il 61% delle donne avevano un livello elevato delPLDL-colesterolemia (il colesterolo "cattivo") (cioè maggiore di 115 mg/dl).
  • Il 30% degli uomini e il 17% delle donne avevano un livello elevato di trigliceridemia (cioè maggiore di 150 mg/dl).
  • Per quanto riguarda la percentuale di persone ipercolesterolemiche, l'81% degli uomini e P84% delle donne non assumevano farmaci per il colesterolo.
Sedentarietà
  • Il 34% degli uomini e il 46% delle donne non svolgevano alcuna attività fisica durante il tempo libero.
Fumo
  • Il 30% degli uomini fumava in media 17 sigarette al giorno, contro il 21% delle donne che ne fumava 13.
Obesità
  • Il 18% degli uomini e il 22% delle donne erano obesi. La circonferenza della vita era in me¬dia pari a 95 cm per gli uomini e 85 cm per le donne; la circonferenza ai fianchi era di 101 cm per gli uomini e per le donne.
Glicemia
  • Il 9% degli uomini e il 6% delle donne erano diabetici con glicemia uguale o superiore a 126 mg/dl.
  • Il 9% degli uomini e il 5% delle donne erano in una condizione di rischio (intolleranza al glucosio), in cui il valore della glicemia era compreso fra 110 e 125 mg/dl.
  • Il 23% degli uomini e delle donne era affetto da sindrome metabolica.
  • Per quanto riguarda la percentuale di persone diabetiche, il 62% degli uomini e il 56% delle donne non erano trattati farmacologicamente contro il diabete.
Famigliarità
  • il 41% degli uomini e il 54% delle donne avevano famigliarità per l'ipertensione arteriosa;
  • la famigliarità per l'ipercolesterolemia riguardava il 24% delle donne e il 34% degli uomini;
  • la famigliarità per il diabete riguardava il 25% degli uomini e il 29% delle donne.

Fondamentalmente si tratta di assumere stili di vita più salutari di quelli che abitualmente osserviamo, in parte costretti dalle condizioni di vita, in parte scegliendo volontariamente in modo errato, per passare ad abitudini più virtuose come quelle riportate nella tabella tre. Naturalmente l’adozione di stili di vita e di abitudini “virtuose” comporta uno sforzo che non sempre si è capaci di compiere. Valgono allora alcuni suggerimenti che possono aiutare a mettersi sulla retta via, nel senso di evitare o quanto meno diminuire i principali fattori di rischio.

tabella tre - Stili di vita favorevoli a contenere i principali fattori di rischio
Fumo di sigaretta
  • Evitare di fumare e di esporsi al fumo passivo.
Bevande alcoliche
  • Non assumere più di 1-2 bicchieri di vino a pasto. Possibilmente evitare i superalcolici o limitarli a 1-2 bicchierini al posto del vino.
Alimentazione
  • Diversificare i cibi da un giorno all'altro, preferendo cucinare derrate fresche e non precotte.
  • Per le calorie quotidiane: durante l'accrescimento, 100 per chilo di peso corporeo; 50 fra 15 e 18 anni; 35 nell'adulto con attività fisica media; 30 al di sopra dei 50 anni, nei soggetti normopeso. Nelle donne normopeso - 25%; nelle donne in gravidanza + 15-20%. Controllare periodicamente il peso corporeo.
 

Attività fisica
  • Praticarla per almeno 30 minuti al giorno (anche divisi in tratti di 10 minuti) per non meno di 5 giorni alla settimana.
Controllo dello stress
  • Prevedere le occasioni di stress e prepararvisi.
  • Programmare momenti di rilassamento dopo un evento stressante.
  • Rafforzare i legami familiari e amicali. Partecipare ad attività sociali.
Sicurezza
  • Rispettare il codice della strada e i limiti di velocità. Evitare attività potenzialmente pericolose.

Il cammino verso un miglioramento dei comportamenti nocivi è tanto più agevole quanto più lo si affronta gradualmente: la politica più fruttuosa è quasi sempre quella dei “piccoli passi”. Le azioni positive che si intende mettere in atto è bene che siano sì graduali, ma anche molto specifiche e valutabili: se, per esempio, si decide di intraprendere un’attività fisica, tipo di prestazione, intensità, frequenza e durata vanno pianificati e valutati nei loro effetti a regolari intervalli di tempo.

  • E più facile e quindi più efficace aggiungere un comportamento virtuoso al proprio stile di vita invece di tentare di sospenderne drasticamente uno nocivo profondamente radicato nelle proprie abitudini. Per esempio, è più facile decidere di intraprendere un’adeguata attività fisica, piuttosto che modificare vistosamente la propria dieta.
  • Molto proficuo risulta l’inserimento di una nuova attività all’interno di un’abitudine già consolidata: se non si riesce a rinunciare alla televisione, si può pedalare mentre la si guarda (ci sono dei dispositivi a pedali che lo consentono).

Infine, le abitudini virtuose sono tanto più facilmente e proficuamente adottabili quanto più vengono condivise dai familiari e dagli amici, specialmente quando si tratta di dieta, di attività fisica e di cessazione del fumo.

fonte: unifarm


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